MEDEA
20 | 25 ottobre 09 DRAMMATURGIA CONTEMPORANEASTUDIO APERTO PER LO SPETTATORE 19 OTTOBRE 09 ORE 18 |
COMPAGNIA PIANO IN BILICO |
MEDEA |
adattamento da Medea/voci di C. Wolf e regia di Alioscia Viccaro con Paola Negrin |
La storia tragica di Medea oltre a essere una delle più cupe nell'universo del mito antico è la più nota tra le vicende legate alla figura dell'altro e dello straniero. Medea, maga, figlia di Eete re della Colchide, si innamora del greco Giasone che giunge nel suo lontano paese (sul mar Nero) per impossessarsi del vello d'oro. Medea tradisce il padre, uccide il fratello, abbandona la patria; eppure l'atto che la distingue per la selvaggia tragicità è quello che Euripide scelse di raccontare nel suo dramma (rappresentato nel 431 a. C): l'uccisione dei figli come atto estremo con cui essa si vendica dell'abbandono di Giasone. Diversamente dal tragediografo greco Christa Wolf propone una versione che parte dall'elaborazione di alcuni frammenti provenienti da fonti diverse, attestate soprattutto da Apollonio Rodio, per generare un racconto che ribalta quello di Euripide. Medea fugge dalla Colchide con Giasone anche e soprattutto per allontanarsi dal padre, re Eete, che per rimanere sul trono aveva fatto uccidere il figlio Apsirto, ma la sua fuga non la salva: una volta arrivata a Corinto scopre che anche in questa città un terribile segreto sostiene il potere del re Creonte. E Medea, desiderosa di chiarire la natura di questo crimine, viene prima isolata poi aggredita e minacciata e infine esiliata. L'aspetto più interessante di questa rilettura consiste però nell’attualità dei temi toccati: la natura del potere e la sua capacità di omologare e manipolare il proprio popolo, la difficoltà dello straniero a inserirsi nella comunità di accoglienza, la condizione delle donne come soggetti deboli da usare o da sottomettere. Il vortice creato dal desiderio del potere di autoconservarsi avvolge tutto e tutti a partire dagli scagnozzi del re e da Acamante, primo astronomo e braccio destro di Creonte che, facendo leva sull'insicurezza e la superstizione, manipola la credulità del popolo di Corinto incitandolo a trovare un capro espiatorio in Medea e nei suoi figli. In ciò si possono rintracciare quegli stessi atteggiamenti insofferenti, a volte addirittura criminali, di resistenza e paura per gli immigrati, che ci toccano da vicino. Infine è chiaro come siano le donne a essere le prime a dover sopportare le stigmati della sottomissione in quanto soggetti più deboli. A questa condizione generale, nel caso di Medea, si aggiunge la “pericolosa” capacità di essere portatrice di una “seconda vista”, di una cultura non omologata, essenzialmente d’amore. Così nasce l’idea dello spettacolo. In una Corinto assediata da paure e superstizioni, Medea in attesa che finisca il processo a suo carico rievoca, interloquendo idealmente con la madre, l'incontro con Giasone e la loro fuga con il vello d'oro, fino all'approdo a Corinto e alla scoperta di un orribile segreto sul quale si fonda il potere del re Creonte. Il filo dei ricordi si intreccia con quello di altre due donne, Agameda, un tempo sua allieva e ora principale accusatrice, e Glauce, la fragile figlia di Creonte, entrambe usate e manipolate dal potere contro di lei. Il desiderio di comprendere gli altri fino in fondo porta Medea a impersonare essa stessa le due donne che l'accusano. Tre donne per raccontarne una, Medea, colei che porta consiglio; nell’attesa che l’eco delle sue parole e del suo coraggio scavalchi i muri e risuoni finalmente nelle nostre vite. Alioscia Viccaro |
